Bella di notte
Di formiche, maschere e perdono
Gerarchia di bambini e formiche
Da bambina nel mio giardino cresceva la Bella di notte: una pianta i cui fiori estivi, d'un rosa acceso, si schiudevano nel tardo pomeriggio, per poi intimidirsi quando i raggi del sole irrobustivano e nutrivano le altre piante.
Il loro colore ben si addiceva alla liminalità del momento in cui il giorno lascia il posto alla notte e i cieli della campagna si raffreddano, il lilla smorza il sapore frizzantino del tramonto e si tramuta in un blu ancora luminoso, ma irrimediabilmente malinconico.
Così andavo a raccogliere i semi, che non avevano nulla di speciale, se non sembrare dei piccoli insetti arrotolati su loro stessi.
Mia nonna ricordava sempre il tempo che trascorrevo a nutrire le formiche: sfregavo pane vecchio, semi di grano e taralli sbriciolati sui formicai, in modo tale da rendere felici quegli insetti così resilienti e forti, in proporzione alle loro dimensioni minutissime.
Si organizzavano in gruppo per trasportare i pezzi più grandi: osservavo con curiosità l'efficienza di quelle creature ordinate e testarde. Le consideravo mie amiche.
Come Lola, il gatto rosso che all'epoca mi faceva compagnia sulle scale che portavano a casa.
Una sera, mentre la coccolavo e le raccontavo di qualche angheria che avevo subito a scuola, Lola se ne andò - come fanno i gatti, loro decidono come e quando darti attenzioni.
Scoppiai a piangere.
Forse fu la prima volta in cui percepii una solitudine agghiacciante, la stessa che si sarebbe abbattuta sul mio collo più di vent'anni dopo.
Però poi Lola mi sentì e tornò indietro.
Così la solitudine si disciolse in una tenerezza che mi riempì il petto: per me era un piccolo miracolo.
A scuola mi sputavano nei capelli perché non avevo voglia di regalare le mie figurine dei Digimon. A volte mi minacciavano con il coltello per i compiti.
Ero troppo alta, stranamente formata, maldestra. Un bersaglio facile.
Sentivo pulsare dentro di me una forte identità maschile e il mondo delle bambine mi era oscuro.
Le altre coetanee percepivano questa mia aura respingente - correzione in psicoterapia: evitante - e la assecondavano.
Non ho mai avuto dubbi sulla mia identità di genere, ma c'è sicuramente un lato maschile in me che emerge quando si tratta della condivisione.
Mi è così facile in un testo scritto sviscerare i miei sentimenti, ma indosso un'armatura di sorrisi smaglianti e ragionamenti logici quando si tratta di presentarmi di fronte a una platea.
Mi sono auto-educata a trattenere le mie emozioni per non turbare chi ho attorno.
È una deformazione infantile.
Teatro liquido
Rispetto a quando ero una bambina che non voleva fare rumore però ho perfezionato il mio teatro delle maschere.
Cosicché sono diventata una giovane polemica ma innocua, un travestimento di sarcasmo e cera.
Mi sono adattata a ogni circostanza, liquida nelle comitive, metallica nelle relazioni.
Così, durante i vent'anni, la mia socialità si è svincolata dai residui della ribellione adolescenziale ed è sbocciata, florida e apparentemente solida.
Sono diventata un'attrice che si muove tra veli colorati e abiti ampli e che, dietro il palcoscenico, di fronte allo specchio analizza con perizia tutte le sue fragilità.
Ho imparato a recitare la parte dell'amica. Sia chiaro, non perché io sia anaffettiva: ho elargito il mio affetto anche quando non era meritato. È che mi mancano proprio quegli strumenti di condivisione: così ho imparato a lasciar trasparire alcune parti di me, ma solo la più superficiale tra le maschere.
Mi muovevo apposta affinché emergessero agli occhi degli spettatori alcune ombre, nascoste dai riflettori principali. Era tutta una danza: quella oscurità da mostrare era scelta con perizia. Una mossa a sorpresa.
Così era facile dire alle mie amiche che non mi sentivo abbastanza magra, per esempio, ma ciò che era difficile era dire che non mi sentivo abbastanza intelligente.
O in grado di affrontare le più piccole vicissitudini della vita.
Che a volte anche stilare la lista della spesa diventa motore d'ansia.
Che a volte non capire un concetto su una slide mi priva dell'aria e mi devo stendere sul letto in preda alla tachicardia.
Che quella stessa tachicardia può protrarsi fino a tarda notte e farmi svegliare di soprassalto.
Spoliazione
Ma da quando A. è morto tutto è crollato.
Ora sono nuda come un verme.
Sono così trasparente che posso vedere l'aspetto della mia anima: senza volto e capelli, illuminata d'un bianco perlaceo, senza sesso e forme, che appena striscia lungo le strade della realtà.
Il corpo d'una bambina pubescente.
Posso vederla roteare attorno a un albero di fico, chiedere pietà a un dio a cui non aveva creduto fino a quel momento.
Un dio che ha il volto dei boccioli delle Kalanchoe perché i fiori sono gialli, il colore preferito di A., e sono poco appariscenti o sfarzosi, proprio come era lui.
Perdere chi ami è una spoliazione.
Così, persino l'idea di rivedere i miei amici - quelli nuovi, quelli che hanno provato a sostenermi in questa caduta - mi provoca uno un brivido lungo le braccia, un tremolio alla pancia. Voglio nascondermi.
Diventare un seme di una Bella di notte.
Guardare l’inferno per capire il perdono
Fino a poco fa ripensavo alle mie vecchie amicizie e vedevo un campo non fertile, dietro un cancello arrugginito.
Tempo sprecato.
Solo la mia dignità negata dalla molestia sessuale, dalla loro negazione dell’accaduto e da anni di discorsi vacui.
Ora, sconvolta dalla sofferenza del lutto, mi accorgo di alcuni ricordi felici con loro che riaffiorano, piante rampicanti del giardino del tempo.
Proprio quando meno me lo aspetto.
Ed è proprio ora che posso buttare la chiave.
Sembra strano, ma il perdono non è rientrare.
Il perdono è lasciare andare senza rancore.
Ma mi chiedo se si possa perdonare senza perdere lucidità, se prima non si è visto l'Inferno.
Se la sofferenza non sia una gemma purissima tramite cui filtrare tutto ciò che accade.
L'inferno è la visione di tutto ciò che io e A. potevamo essere e non siamo stati.
Sposi, genitori, anziani. Viaggiatori nel mondo.
Sono gli occhi del paramedico che non ha il coraggio di confermarmi la sua morte, mentre gli occhi gli si riempiono di lacrime.
E allora tutto il resto, il passato, è una vecchia campagna abbandonata.
E le relazioni precedenti, anche quelle, sono un filare di alberi da frutto, cosicché il dolore ha spazzato via tutti i motivi per cui sono finite; ha lasciato quella tormentosa dolcezza dei ricordi più zuccherini.
Ricordare è affondare i denti nei fichi settembrini.
Perché tutto finisce. Ma è anche successo.
La rabbia è un traino più potente della sofferenza. La rabbia richiede la rivincita.
Ma la sofferenza ammanta tutto del suo candore.
Tutto diventa nebbioso, tranne ciò che è stato bello oppure orribile.
La mia anima senza volto ha una visione limitata: vede solo il perlaceo dei giardini notturni.
Tutto il resto è superfluo.
È ciò che è stato bello fa quasi più male di ciò che è stato orribile: la bellezza contiene promesse.
La sofferenza è un'energia pericolosa perché può tramutarsi in odio. Ma generare odio non mitiga il vuoto dentro di sé.
Propagazione del vuoto.
Propagazione nel vuoto.
La gemma
La rabbia è una tigre, in attesa,
sulla rupe dello sterno.
Brinamento della sofferenza:
trasformazione in gemma perlacea,
dietro cui questa tigre si ammansisce.
E poco importa, sai,
di quel giardino infertile,
tatuato sulla schiena.
La gemma è una lente di rimpicciolimento:
il mio corpo fu quasi violato,
e sono stata calunniata:
bugiarda.
Da quelle amicizie che credevo eterne,
che diventano rovi infinitesimali,
ubriachi, rampicanti.
Rovi o roghi, che differenza fa?
Sotto questo tramonto d'aranciata tutto brucia.
E quel che è stato dietro un cancello arrugginito,
ha il fascino d'una casa abbandonata.
La gemma pulsa nel petto,
per qualcosa di più grande:
il mistero della vita e della morte,
la lingua ruvida di un gatto nero,
l'abbraccio d'un amico che non sa come consolarti,
una canzone brutta al momento giusto,
la musicalità di una poesia in una lingua aliena,
l'odore delle spezie nei bazar,
e la forma imperitura della tua assenza.
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