Capire settembre
Una specie di diario su un mese in cui tutti ti cercano
Ho provato più volte a sparire e sortito l'effetto contrario
Quanta gente mi cerca a settembre, quante cose mi devono dire, quante cose
Tutti quanti i bambini mi hanno sorriso stamani
Tutti a parte te, tutti a parte te
Se ad ottobre non sono guarito tu porta pazienza
È soltanto questione di ore
Non è niente rispetto a una vita
In cui provo a capire per quale motivo settembre non fa per me
Per A.
Adesso e sempre.
Correre
Ho iniziato a fare jogging.
Sento la terra sotto i miei piedi e mi guardo attorno, senza fretta.
Mi piace l'alba, il tramonto, il cagnolone che mi guarda con quell'aria intontinta di chi non sa cosa sta succedendo. È enorme, lo vedo sempre cucciolo, ma so che sopravviverò anche a lui, come sono sopravvissuta al cane che abbiamo cresciuto per tredici anni, sopravvivo a tutti, come un'erbaccia.
Mi fermo per accarezzarlo, per sentire l'umidità della sua lingua sulla mia mano, prendergli la zampa perché sa benissimo che questo gli varrà una carezza.
Non costa nulla fermarsi un attimo, proprio niente, questo è quanto, perché a volte la gratitudine nasce dagli scorci e gli scorci li noti se ti fermi.
È la prima volta che faccio esercizio fisico solo perché voglio sentire; non solo la bocca, la gola, il seno, il cervello, il cuore, i genitali, ma anche le gambe, le dita dei piedi e delle mani, le ginocchia, le braccia, il cingolo scapolare, le vertebre e le ossa iliache.
Il sudore con il suo vago odore rancido, che raffredda il collo al sussulto del vento, lo scalpitio della breccia sotto i piedi e il rischio di cadere in prossimità di un sasso più grande o quello strano piacere di poter prendere una storta. Il dolore di uno strappo muscolare, il conseguente sollievo della sua scomparsa.
E le mie gambe sono quattro, non due: le mie e le tue.
Ambizione
Ho avuto un piccolo scontro con mia mamma riguardo l'ambizione. Lei si sente mortificata quando dico che non voglio un lavoro di responsabilità o quando ammetto candidamente che non sarò mai ricca.
Un tempo la mia ambizione era il successo, tradizionalmente inteso, ma mi sono scontrata con i limiti del mio essere.
Ho lottato, internamente, per anni per rientrare nei binari dei miei obiettivi predestinati e mi sono odiata, ho odiato, ho invidiato. E ho amato.
Sono cresciuta, ho amato di nuovo ma con più consapevolezza. La mia ambizione era ritagliare un foglietto di carta nella biblioteca del mondo in cui scrivere il mio nome e il tuo.
L+A.
La mia ambizione era diventata il nostro Nido. E poi il tuo nome ci ha pensato la Morte a cancellarlo. Ed è rimasto solo il mio e un moltiplicatore per zero.
La mia ambizione ora è solo la Libertà. E la Verità.
Luce
Volpino, sedici anni, colore nero.
Pelo arruffato, occhi annebbiati: credo sia cieca, o quasi.
Mi avvicino per accarezzarla, come ho sempre fatto; mi scansa, un leggero ringhio, forse non mi riconosce, ma poi ci riprovo, questa volta mi piego alla sua altezza e si fa toccare il musino imbiancato.
Potrebbe essere sempre l'ultima carezza.
Il compleanno di G.
Scusa amore mio, ma il dieci settembre, devo incensare le mie cicatrici per il mio amico.
G. amava la vita. G. era curioso, appassionato, anarco-comunista, solar punk, empatico, gli piaceva conoscere, elaborare, riempire la casa del suo Sé - e la sua cameretta, fisica - di oggetti, idee, impressioni, quadri. I videogiochi, la musica, i fumetti, il gioco di ruolo, l'arte, una visione rivoluzionaria e anticonformista dell'informatica.
G. era questo e molto di più, era la tazza di ginseng XL alla macchinetta, era cucinare insieme la domenica a pranzo, guardare i film, la pipa, farmi arrabbiare perché mangiava troppi cioccolatini e a me non rimaneva niente. Era ascoltare musica in silenzio. Era il chierico anziano e smemorato durante la nostra campagna di D&D.
G. è quello che ci ha dimostrato cosa vuol dire intendere la vita come un palcoscenico e non sentirsi adatti a quella recita.
G. è l'ingiustizia che spezza la vela delle anime sognatrici.
G. è Resistenza al conformismo e alla monotonia del pensiero.
G. era uno dei miei migliori amici.
Si è suicidato due anni fa.
Ci riuniamo per fare una listening session con le canzoni che ci ricordano lui in qualche modo.


E mangiamo ramen quando fa ancora caldo, assecondando una delle sue strane fisse.
Dolci Intolleranze
Il 18 settembre è il compleanno di mia mamma.
Io e papà le andiamo a comprare una torta. Siamo in macchina e un'insegna vecchia e logora in una zona periferica indica la nostra destinazione: un negozio che vende soprattutto dolci surgelati. Le torte sono molto buone e costano poco, i gelati invece sono pessimi. Le luci bianche al neon illuminano la stanza come una sala operatoria. C'è un angolo che si chiama "Dolci intolleranze", per i celiaci. Dolci intolleranze: mi fa ridere più del previsto. Ho sempre avuto un senso dell'umorismo un po' anomalo. C'è un piccolo freezer per i surgelati salati su cui svetta una pubblicità, con una donna che ti guarda ammiccante: è truccata con la matita nera sia interna che esterna, come andava di moda dieci anni fa, forse quindici. A fianco, una scritta: lasciati tentare, con un font che assomiglia al comic sans. È una pubblicità così amatoriale che la banalità della correlazione tra sesso e cibo e l’oggettificazione passano in secondo piano e mi fa ridere ancora di più. Guardo questo lato della città trafficato e brutto e penso: che bello che ci sia ancora della bruttezza, dell'asimmetria, degli esercenti che non cambiano le insegne da vent'anni. E penso ai bei quartieri, simmetrici, puliti, alle panchine dipinte, ai locali impeccabili (instagrammabili) e penso: meno male che esistono ancora questi luoghi lerci. Queste strade ai lati delle quali crescono le erbacce, sopra le quali si nutrono migliaia di lumache.
Ciammaruche, le chiamiamo noi.
Andiamo a prendere mia mamma da casa e per andare a un sushi all you can eat. Salutiamo i proprietari, che sono gli stessi del negozio dove andiamo sempre per le cianfrusaglie. Il figlio torna da scuola, ha sei anni, e io lo ricordo in fasce in braccio a sua madre. E a scarabocchiare su un quaderno con un piatto di riso a fianco. E ora ci risponde in un miscuglio claudicante tra cinese e italiano con una certa fierezza.
Mangiamo sushi cinese in un posto in cui sono disseminate riproduzioni delle statue di Takashi Murakami e luci al neon. Niente acquari, dragoni, lanterne e i ravioli sono surgelati.
Però al bancone hanno una bottiglia di vino prodotto in Austria su cui è stampato il faccione di Xi Jinping.
Psicoterapia
Il mio Sé adulto è trainato da un Sé bambina con uno zaino gigantesco di aspettative che mi fa gattonare piuttosto che procedere.
La me-bambina-auriga.
Le ho detto: sa, dottoressa, credo che la mia vita sia intrisa di una certa ironia macabra.
V.
Non sono abituata ad accettare gesti d'affetto dalle amiche, senza sentirmi in difetto, un po' sfiancata.
Attaccamento evitante.
Ma V. mi ha offerto gli gnocchi al pesto, una percoca e un letto in cui riposare mentre lei fa smartworking, così cerco di aprire il guscio, lo forzo, la ringrazio quasi con vergogna.
J.
J. insegna a tirare a canestro a un ragazzo con una lieve disabilità mentale in un campetto del parco. Poi guardiamo un gruppo di ragazzi, che fanno un torneo. Lui finge di fare la telecronaca e io lo ascolto con piacere, seppur non ne sappia nulla.
Mi racconta della Mostra del Cinema di Venezia e della combriccola dei giovani critici che macinano film, feste, articoli e pochissime ore di sonno. Sono felice per lui che se l'è goduta perché è il mio migliore amico, e non mi chiede mai come sto, ma è empatico davvero, di quelle persone che sanno lasciare gli scorci in cui inserirti senza forzare la serratura, e ti ascoltano ripetere mille volte le stesse storie e ti danno mille volte gli stessi consigli, e non ti giudicano mai anche quando sono contrariati, ma non fingono nemmeno di essere accondiscendenti.
Io bevo un bicchiere di té con granita al limone, lui il caffè al ghiaccio e dice: ho chiuso con le sigarette, lo zucchero nel caffè e le insane.
Open-mic
Partecipo all'assemblea pubblica di un collettivo per artiste.
Scelgo tre poesie mie e una di una poetesaa palestinese - è il mio piccolo pezzo di resistenza - e trovo una ragazza che vuole accompagnarmi con la chitarra acustica. Arriviamo, per caso, insieme. Ci sediamo in un angolo, proviamo, c'è subito intesa, così ci esibiamo.
Sul palco mi commuovo mentre leggo una delle tre, ma le lacrime inciampano anche negli altri versi e si diffondono anche in parte del pubblico.
Ti ho cercato e non c'eri. Mi sei mancato talmente tanto che ho sentito una nuova forma di dolore: un rumore di fondo insostenibile.
Un ragazzo mi ferma e mi dice: complimenti per il coraggio di aver esposto il tuo dolore, anche io ho vissuto situazioni simile alle tue
Allora mi capisci, rispondo ingenua.
No, io non posso capirti. Ho imparato che nessuno capisce davvero il dolore dell'altro. E non ti devi scusare per le tue lacrime, non farlo mai.
Allora mi sono resa conto che forse è per questo che si vive: per gli spazi condivisi, gli incontri fortuiti, per commuoversi sul palco, per il fermento artistico, per i progetti che nascono e quelli che devono prendere forma. Per le luci tra gli alberi, i gioielli fatti a mano, le foto di nudo appese con le mollette, guardarsi negli occhi e chiamarsi per nome - grazie a un bigliettino appeso al collo. Per parlare di musica, poesia, fotografia, illustrazioni con persone sconosciute ma con cui condividi il rifiuto del pregiudizio. Parlo con una ragazza molto più giovane di me che nella vita vuole fare tutt'altro perché ho paura di smettere di sentirmi fragile se ci sono di mezzo i soldi. E con altre invece che hanno lo sguardo determinato a rivendicare la propria arte come lavoro. Io so dove non ho il coraggio di collocarmi.
Meditazione
Ho mosso i miei primi passi nella meditazione, per vedere oltre ciò che gli occhi non possono.
I simboli del mio inconscio o una realtà sottile, un velo mistico, non importa cosa, ma qualcosa.
Te.
Te che tieni la mano della me bambina.
Noi due, bambini.
Te che stringi la me adulta.
Una creatura androgina di luce piroetta e fa le capriole.
Mi ha detto: Non ti crucciare, la vita e la morte sono tutto un gioco, una danza cosmica.
A volte apro gli occhi e mi sento solo grata dei tramonti, del giardino, dei volti che si susseguono, della Kalanchoe che ho comprato per te e che rifiorisce nonostante tutto.
Un sogno
C'è uno scheletro sopra di me.
Indossa a un mantello porpora e una corona intarsiata. Mi invita a provare piacere.
Sono nella stanza di mia nonna, la stessa in cui dormo, circondata da effige ingiallite di santi dallo sguardo torvo.
Gesù bianchi, con gli occhi chiari.
E io che Gesù me lo sono immaginato sempre come un palestinese moro, con lo sguardo vispo, nessuna austerità. Un ragazzo con la voce acuta che parlava con enfasi alla platea, magrolino e con i polpacci sottili, che corre veloce e alza la sabbia così ha le piante dei piedi sporchi sotto i sandali.
Apro gli occhi: paralisi del sonno. Guardo la lampada sopra il comodino, cerco di muovermi, ma la voce dello scheletro mi dice: torna a dormire.
Lui è ancora sopra di me, lo scheletro re, non ho paura, ma manco voglio averlo addosso. Mi sembra di sentire una musica da lontano - un tintinnio di campanelle o uno schiacciapensieri - così mi agito e riesco a svegliarmi.
Potere e impotenza
Presidi, manifestazioni, scioperi, collettivi, mi sento parte di questa umanità febbricitante, che cerca un senso, che implora le istituzioni di essere accessibili, come fratelli e come nemici, ma comunque a portata di mano, a portata di voce. Sento di essere un'anfora vuota pronta a essere riempita di esperienze dense. Non ho più voglia di vacuità e di indifferenza. Ascolto parlare di Palestina, del Congo, di transessualità, vado da sola a eventi e festival a cui un tempo avrei avuto bisogno di compagnia, scambio numeri di telefono con persone nuove, mi fermano amicizie delle scuole medie, contatti umani su basi comuni, sorrido come un fantasma, ma mi sostiene la voglia di giustizia, sempre stata forte, ma ora è l'unico oggetto fisico del mio amore. Amare le idee, cambiare l'assetto della propria realtà.
Persone, persone, che si sentono impotenti, che vogliono avere sia il piatto sulla tavola che il diritto di sognare - impotenza: sembra non ci sia modo per averli entrambi. Siamo gocce che fanno l'oceano, mi dicesti tu, ma se il petrolio versato è troppo, ci riduciamo a stagno.
La mia sofferenza è minuscola rispetto alla sofferenza del mondo ma è abnorme nella mia quotidianità. E io polvere nel flusso, tu sei la mia antimateria.
Conosco un ragazzo omosessuale - non me ne fregherebbe niente di specificarlo se non fosse che mi sentivo tranquilla a conversare con lui proprio perché non sprigionava tensione erotica - che mi dice: un giorno dovremmo vederci e dovresti comprare delle pietre, io mi sento un po' strega, è una cosa che ti spaventa?
Sorrido, niente mi spaventa e nulla mi sembra ridicolo, cerchiamo tutti di incanalare un pezzettino della magia del mondo, va bene così. È bello così. Come riconoscermi nelle voci che incontro perché mi porto dietro la tua assenza: frammenti di te nell’atmosfera.
Se ti riconosci un po' nelle mie parole puoi iscriverti, commentare o offrirmi una tisanina.





Ho messo il like, ma è un like triste, un like oscuro. 🖤
Scrivi bene, scrivi forte,
scrivi poemi e parli di morte,
mi spiace sincero,
il dolore che provo è forte d’avvero,
tu sei migliore, tu sei calore,
Tu sei quella che prova amore.
Il tempo non sembra passare,
Il dolore non vuole andare.
Sento una lacrima la guancia solcare.
Forse è meglio lasciar parlare il silenzio, piuttosto che continuare a sparlare…perdona il mio dire.